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martedì 7 ottobre 2014

Recensione: "The Hunt" di Andrew Fukuda

Buondì followers! =D Stamani (o meglio, ieri sera visto che il post è programmato) sono riuscita ad organizzarmi per pubblicare una delle recensioni in arretrato di settembre su un libro di cui i ho già parlato in altro post: "The Hunt" di Andrew Fukuda.

The Hunt #1
Editore: Il Castoro
Prezzo cartaceo: 14,90 €
Pagine: 304

Trama: Non sudare. Non ridere. Non attirare l’attenzione. E soprattutto, qualunque cosa succeda, non innamorarti di una di Loro. Gene è diverso da tutti quelli che lo circondano. Non è in grado di correre come un fulmine, la luce del sole non lo ferisce, non ha un insaziabile desiderio di sangue. Gene è umano, e conosce le regole. La verità deve rimanere segreta. E’ l’unico modo per rimanere vivi in un mondo notturno – un mondo in cui gli umani sono considerati una prelibatezza e vengono cacciati senza tregua. Quando Gene è fra i prescelti che parteciperanno alla grande Caccia degli ultimi umani sopravvissuti, la sua vita di regole comincia a sgretolarsi. Ora che Gene ha finalmente trovato qualcosa per cui combattere, il suo desiderio di sop ravvivere è più forte che mai. Quale tributo sarà costretto a pagare?

Il mio pensiero: “The Hunt” è il primo libro di una serie distopica dalle tinte cupe, ambientata in un mondo in cui l’umanità come la conosciamo noi oggi è quasi completamente scomparsa. L’uomo è diventato un essere raro e in via d’estinzione, braccato dal resto della popolazione come se fosse un animale. Ma in realtà è proprio questo ciò che è diventato: solo e soltanto una preda. Un pasto prelibato cacciato per la sua carne e il suo sangue da tutte quelle creature che ora abitano la Terra. Una descrizione del genere fa sicuramente pensare ai comuni vampiri che popolano ormai da anni gli innumerevoli libri paranormali presenti nelle nostre librerie. (Ormai stufa di storie con questi protagonisti, vi confesso che non volevo neanche dare una possibilità a questa serie, ma per fortuna ho cambiato idea e già dalle primissime pagine mi sono resa conta di aver fatto bene a fare un tentativo.) Nonostante gli elementi in comune, le figure create da Fukuda hanno una loro originalità e, se prendiamo in considerazione l’intera storia, questa somiglianza passa decisamente in secondo piano.  
Mi è piaciuto molto anche lo stile dell’autore, con la narrazione in prima persona e il protagonista, Gene, che racconta come se si rivolgesse a noi dandoci spiegazioni su tutti qui termini che dovrebbero risultarci estranei, ma che in realtà non lo sono. Quelle caratteristiche, quelle azioni e quelle qualità tipiche degli Eminidi (umani) impossibili da conoscere essendo lui uno dei pochi umani rimasti in un mondo popolato da esseri assetati di carne e sangue umana. Sudare, ridere, sobbalzare. Sono tutte parole che fanno parte della nostra vita quotidiana, ma nel mondo distopico creato da Fukuda, questi termini hanno perso ogni significato perché non esistono più (o quasi) esseri in grado di comprendere e compiere tali azioni.
I personaggi: Gene è molto furbo e intelligente. Possiede un forte spirito di adattamento e un istinto di sopravvivenza molto sviluppato. Senza tali qualità, sopravvivere per anni e arrivare ad essere un diciassettenne umano in mezzo a centinaia di Altri, senza essere fiutato e scoperto, sarebbe stato impossibile. Ho trovato affascinante il modo che ha di comportarsi in mezzo alla folla e gli stratagemmi che adotta, imparati dal padre, per nascondersi e mescolarsi all’interno di essa. Questo suo vivere sul filo di un rasoio, sfidando la sorte e le regole, rendono tutta la narrazione molto coinvolgente e il lettore sempre all’erta.
A non essermi piaciuto per niente è stato invece uno dei personaggi e il modo in cui influisce sul protagonista, e di conseguenza sul corso della storia. Per colpa sua alcune scelte di Gene vengono condizionate e il suo giudizio a volte viene talmente influenzato da spingerlo a compiere azioni che non ritiene giuste. Per questo sono stata molto combattuta sulla scelta del voto da assegnarli, se abbassarlo a 3 e mezzo o 3, ma per fortuna l’ultima parte del libro torna a toccare le corde giuste. Nel finale, la scena, oltre ad essere un concentrato di azione e adrenalina, torna a mostrare un protagonista che pensa di nuovo con la sua testa e che segue il suo istinto. 

4 "scintille"

mercoledì 17 settembre 2014

Wonderful Quotes #10 (The Hunt)

È una rubrica ideata da me, a cadenza settimanale, in cui vi propongo alcune citazioni che più mi sono piaciute di un libro che ho particolarmente amato.

Buon pomeriggio cari :) Sono appena tornata a casa dopo essermi andata a tagliuzzare i capelli. Dopo mesi che non li spuntavo neanche un po', avevano urgente bisogno di un bel trattamento ricostituente, poverini. Gli ho tagliati di ben 5 cm, ma li ho ho ancora lunghissimi e visto che ricrescono alla velocità della luce, non mi sento affatto traumatizzata XD
Ma veniamo a noi... le citazioni che vi lascio oggi provengono da un distopico un po' particolare, che al contrario di ogni mia aspettativa mi è piaciuto molto (anche se non alla follia). "The Hunt" di Andrew Fukuda, la mi ultima lettura.


Scheda libro QUI
Le urla mi assalgono i timpani, minacciando di ridurli in frantumi. Non coprirti le orecchie! Non coprirti le orecchie! Faccio l’unica cosa possibile: sollevo la testa, alzo gli occhi verso le travi del soffitto e urlo. Per il dolore, per l’orrore che so che si sta compiendo. Il mio urlo si unisce agli altri che mi circondano. Per qualche istante, mi riempie le orecchie, copre tutti gli ululati da sciacallo e da iena che si levano intorno a me. È quello che voglio. Liberarmi dalle loro urla solo per quei pochi istanti.

«Su, ammetterai che è buffo», mi dice. Il suo viso è tutto abbandono e semplicità mentre mi guarda. Ha un sorriso negli occhi, sul naso, sulla bocca, sugli zigomi, sulla fronte, e tutto questo si riversa fuori, contagioso, verso di me, oltre me, riempiendo il mondo come il sole. Scoppia in una risata dolce, chiudendo gli occhi in una gioia assoluta. E, di punto e in bianco, qualcosa sgorga da me. Credevo di averla perduta irrimediabilmente tanto tempo fa. Una risata si scioglie, gutturale e roca per la desuetudine, esplodendo attraverso le mie corde vocali atrofizzate. E la mia faccia – non c’è un altro modo per descriverlo – si squarcia come il guscio incrinato di un uovo sodo. Un sorriso mi increspa la bocca da una parte all’altra, spargendosi su tutto il viso. Sento pezzi della maschera cadere come scaglie di vernice secca che si staccano da un muro. Rido più forte.

Ricordo ancora cosa provai quando mi tolse di mano il libro illustrato di mia sorella. Non feci resistenza, ma sentire che mi scivolava dalle dita mentre mi veniva strappato per poi essere gettato nel fuoco mi diede l’impressione di aver perso qualcosa per sempre. Ce ne andammo un’ora dopo, quando ormai del fuoco (o dei libri) non rimaneva che tizzoni morenti e cenere grigia. Come mio padre, grigio e cinereo, il suo fuoco interiore soffocato e spento. Subito prima di attraversare la radura, tornai indietro a prendere i sacchi che avevamo dimenticato. Giacevano a terra, proprio accanto al mucchio di cenere. Mentre mi chinavo a prenderli, mi venne in mente una cosa: soffia delicatamente tra le braci come avevo visto fare a mio padre. Cenere sottile si sparse nell’aria e mi entrò negli occhi. Ma subito prima di chiudergli, lacrimando per il bruciore, vidi un minuscolo bagliore in mezzo alla cenere. Rosso, arancione, la scintilla di una brace che rinasceva. Era una goccia del sole di giugno in un mare di cenere grigia.